L’impronta del tessile sulla città di Chieri

Il tessile fa tutt’uno con la città di Chieri. La sua impronta si coglie ancora nei nomi delle strade – via della Gualderia, via dell’Imbiancheria, vicolo del Gualdo, vicolo della Conceria, vicolo Mozzo Tintori, piazza Gialdo – o almeno nei loro soprannomi, come via Santo Stefano, da tutti chiamata via dij curdé, perché qui i cordai con i loro torcitori si mettevano da un capo all’altro della via e torcevano le corde. Anche il mercato di piazza Cavour era comunemente chiamato mercato delle stoffe.

Tra i soprannomi tipici dati ai tessitori, il termine mangiagrop era il più ironico, mentre i caricatelai venivano definiti gli s-ciancabolon. I burlot erano i pilucchi della stoffa sottoposta a sfregamento, i campion indicavano i campioni tessili, i piombin i pezzi del telaio.

La tessitura segnava anche i tempi della festa. Durante le cerimonie della Madonna delle Grazie e dei Santi Giuliano e Basilissa i chieresi usavano declamare su un carro poesie satiriche –gli stranot – all’indirizzo degli amministratori cittadini, dei chieresi importanti e sugli aspetti della vita quotidiana dove il tessile aveva una parte preponderante.

I modi di dire del tessile

Alcuni modi di dire tipici del tessile sono rimasti come simpatiche espressioni dialettali *.

A l’è come un bambas da lum che s’a fa nen ciair a fa fum – è come lo stoppino da lume che se non fa chiaro fa fumo (riferito a un operaio che non produce).

A l’è pi nen ȇl temp che Berta filava – non è più il tempo che Berta filava (a indicare che il lavoro non è più faticoso come una volta).

A l’è un così da cròch tiré la gucia sensa grop – è un cucire da sciocchi tirare l’ago senza prima avere fatto il nodo.

Al ciair dla candeila la canavassa a smija tèila – al chiaro della candela un tessuto poco pregiato sembra una tela.

Al sartor pover a se storz la gucia – al sarto povero si piega l’ago (cioè piove sempre sul bagnato).

A tèila ordia Nòsgnor a-j manda ‘l fil – a tela ordita Nostro Signore manda il filo (aiutati che il ciel ti aiuta).

Bòrgno ‘n s’la bara – cieco sulla bara (segno di fine pezza. Termine usato per indicare una donna giunta al momento di avere famiglia).

Bati ‘l cartlon bianch – battere il cartone bianco, cioè essere pigri (perché nelle macchine jacquard quando si trova il cartone bianco le macchine non battono più).

Buta giù ‘l ròlo – finire il cavo di ordito (espressione usata per indicare la nascita di un figlio).

Ch’a intra nen tra fus e ròca chi ch’a veul nen essi filà – Non entri tra fuso e conocchia chi non vuole essere filato. Cioè tra moglie e marito non mettere il dito.

Chi ch’a l’a pi ed fil a fa pi teila – chi ha più filo fa più tela (Chi ha più denaro ha più possibilità).

Chi a veul avej bon-a tèila ed lin, ch’a ordissa gross e ch’a tessa fin – chi vuole avere buona tela di lino, ordisca grande e tessa fino, cioè s’impegni al meglio.

Chi ch’a ten ‘l rastel a l’è col ch’a comanda – Chi tiene il pettine è quello che comanda. Indica chi ha mansioni importanti.

Chi ch’a fila a l’a una camisa, chi ch’a fila nen a n’a doi – Chi fila ha una camicia, chi non fila ne ha due. A indicare che il lavoro del filatore è poco redditizio.

Essi padron dla ciav dij canaveui – essere padroni di niente (perché i canaveui sono lo scarto delle canne di canapa).

Fé le spòle – far le fusa, cioè avvolgere il filo sulle spole.

Fé le spòle fin-e – avvolgere il filo sulle spole fini. Cioè essere prudenti.

Giué a fé el vindo – giocare a fare l’arcolaio, cioè girare intorno a un argomento.

Le braje ed tèila a van sempi en aria – Le braghe di tela vanno sempre in aria (indica chi è superficiale).

Lengua da filoira – lingua da filatrice. Detto di chi parla molto perché non deve concentrarsi.

Mecanica ch’a picòta – meccanica che sbaglia, impazzisce (usata per indicare una macchina jacquard che non prende tutti i fili. Detto per persona sfaticata o malata di mente).

Na testa ch’a va bin a fé un pé ed vindo – una testa che serve a fare il piede dell’arcolaio. Detto di persona testarda.

Porta giù ‘l navette – metti giù le navette. Era la frase che si diceva all’operaio quando veniva licenziato o quando era troppo vecchio per lavorare.

Smijé e nen essi a l’è com ‘n ordì sensa tessi – sembrare e non essere è come un ordito senza tessitura.

Taca ‘l piomb e peui t’arcuri attacchi il piombo e poi vai indietro, ricominci da capo. (I piombi venivano usati per segnare la fine del disegno nella stoffa.)

 

*Espressioni estratte da Mi travajava ‘nt i tlé, Chieri 1999; Vie di Chieri sulle carte, Chieri 2001; Stranòm a Chieri, Chieri 2003.