Sartine, tessitrici e tintori chieresi

La storia quotidiana del Piemonte è infarcita di sartine, tessitrici e tintori. Figure che hanno contribuito allo sviluppo della loro terra assai più degli operai, anche perché ne hanno saputo anticipare e determinare i cambiamenti. Nel rapido passaggio dalle botteghe artigianali alle grandi industrie, il tessile è stato fonte di cospicue ricchezze. Grandi imprese e marchi prestigiosi si sono affermati un po’ ovunque in Piemonte, ma due città ne sono stati gli epicentri: Biella, con le sue lane pregiate e gli ancor più preziosi alpaca, angora e cashmere, e Chieri, con i suoi cotoni rustici, le canape robuste.

Abiti per soldati, domestici e operai

Incarnazione di una tradizione tessile popolare, Chieri vestiva soldati, operai, domestici, contadini, sfornava lenzuola e tendaggi, copriletto, coperte e tutta la biancheria per la casa. I suoi tessuti tipici, come emerge dagli elenchi antichi, sono le bambagine di cotone, le betanine simili alle cotonine, i damaschi, i burdos, le cultre, le orgelle, gli sfrangiati. Quindi il fustagno blu, da cui ha preso origine il blue-jeans. Non mancavano peraltro nicchie di lavorazioni d’elite, come il ricamo “bandera”, tipica espressione di arte decorativa per cuscini e tessuti di arredo.

L’arte tessile eredità dei Càtari

Il tessile si afferma in Piemonte già a partire dal XII secolo, con l’arrivo dei Càtari (dal greco Oi Kataròì, cioè I Puri). Seguaci di una severa interpretazione spirituale del Cristianesimo, erano di origine francese e fuggivano a spietate persecuzioni delle gerarchie ecclesiastiche che li accusavano di eresia. L’impianto di manifatture tessili costituiva per loro solo un tentativo di confondersi con gli artigiani del posto, scampando così a morte certa.

Anche la lavorazione della seta e l’allevamento dei bachi aveva in Chieri un centro di tutto rispetto, anche se l’attività era diffusa un po’ in tutta la campagna piemontese. Verso la metà del XVIII secolo il filato ritorto, detto anche organzino, rappresentava per l’enorme disponibilità di materia prima il 70-80 per cento delle esportazioni. Superato il periodo dell’annessione alla Francia napoleonica, la produzione poté proseguire anche nell’800 con soddisfacenti risultati: nel 1856 le esportazioni del Piemonte toccavano i 10 mila quintali di merce.

Lane e cotoni nell’Ottocento chierese

Proprio nell’Ottocento l’industria tessile consolida le proprie fortune nei settori cotoniero e laniero, le cui lavorazioni acquistano una dimensione industriale. La materia prima è abbondante: canapa e lino sono coltivati in tutta l’area che va da Poirino a Carmagnola, mentre il cotone raggiunge Chieri dai porti di Genova e Venezia.

I tessuti in uscita dagli opifici chieresi sono di qualità grossolana, come il fustagno, panno robusto per abiti da lavoro, con una faccia vellutata e l’altra liscia. La sua lavorazione era comunque regolamentata da disciplinari severi, stabiliti da corporazioni di esperti, che arrivarono addirittura a dare vita nel 1482 all’Università del Fustagno. Gli Statuti emanati da questo istituto fissavano parametri di qualità e norme di produzione, condizioni irrinunciabili per far ottenere il “marchio di fabbrica” alle merci in uscita dagli opifici.

Quanto al colore, quello tipico del fustagno era il blu, la tinta ricavata dal gualdo (Isathis Tinctoria), una pianta coltivata in zona e forse introdotta proprio dai Càtari. Si deve ai Càtari del resto il particolare metodo di macerazione della pianta con la calce viva, metodo che consentiva di estrarne i pigmenti coloranti.

Divise, tele blu e il primo rayon

A metà Ottocento la produzione era sostenuta. La tela blu di Chieri giungeva in grandi quantità sino al porto di Genova e qui s’imbarcava verso l’Olanda, l’Inghilterra e le Americhe. E proprio oltre oceano prendeva il nome di blue Jeans, cioé “Blu di Genova”, anche se il luogo di origine era proprio Chieri.

L’evoluzione delle tecnologie, nei primi anni del ‘900 colse la città impreparata ai cambiamenti. Gli opifici locali non seppero attrezzarsi con la dovuta celerità e anche l’energia elettrica, che doveva alimentare i macchinari, fu introdotta a fatica. Tuttavia nel 1915, allo scoppio della Grande Guerra, in Chieri di contavano ancora 35 cotonifici, tutti impegnati nelle forniture militari.

Costituiva una produzione di nicchia, ma dai sicuri ritorni economici, anche la tessitura della prima fibra sintetica: il rayon, sorta di seta artificiale ricavata dalla cellulosa e lavorata anche in combinazione con il cotone. Era soprattutto impiegata nella realizzazione di tendaggi e tessuti di arredo, ma si mostrava versatile anche con i capi di abbigliamento maschile e femminile. Qui si esercitava la sapienza delle brave sartine piemontesi, che, magari ispirandosi alle passerelle parigine, davano vita a modelli eleganti, ma pratici, senza fronzoli e sempre personali. Le loro erano le prime prove di un “made in Italy” che avrebbe conquistato il mondo.