La “filanda” di villa Moglia

Nota ai più come splendida residenza signorile, villa Moglia nacque in realtà sui terreni di una filanda. Ad acquistare l’appezzamento per l’opificio e per le coltivazioni di gelso era stato, all’inizio del 1600, Ercole Turinetti, figlio di Domenico, modesto poirinese attirato a Chieri dalle più ampie prospettive di affari che poteva dare.

L’opera di Ercole Turinetti

A Chieri Ercole poté studiare, diventando nel 1612 maestro di grammatica, ma soprattutto contrarre un ricco matrimonio con la facoltosa chierese Maria Garagno. Dei loro quattro figli, il primogenito Giorgio, e l’ultimo, Gian Antonio erano i predestinati a rendere grande la dinastia.

Giorgio, nominato banchiere alla corte di Maria Cristina di Francia, acquisì marchesati e parti feudali e fu il maggior azionista della Compagnia di assicurazione dei resighi marittimi. Figurò tra l’altro tra i promotori del progetto della nuova reggia di Venaria. Le sue capacità imprenditoriali si univano al gusto per l’arte e le raffinatezze. Unitosi in matrimonio con Maria Violante Valperga di Rivara, dama d’onore di Madama Reale, ebbe 12 figli, il settimo dei quali, Antonio Maurizio, diede inizio al ramo dei Pertengo a cui si deve villa Moglia.

Ercole II, il diplomatico

A Giorgio successe il terzogenito Ercole II, che intraprese con successo la carriere diplomatica e con cui i Turinetti – già ricchissimi – raggiunsero l’apice della fama e del prestigio. Nella Torino del XVIII secolo la loro biblioteca era considerata la più fornita della città.

Fratello di Ercole II, Antonio Maurizio fece comunque la sua onorata carriera come consigliere di Stato, cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro e feudatario di Cortanzana e Pertengo. Sposato a Rosa Gabriella dei Doria di Cirié, ebbe 8 figli, il terzo dei quali, Giuseppe Andrea, pur morendo a soli 38 anni, ebbe a sua volta 3 rampolli. Il primo di loro – Giuseppe Maurizio – fu appunto il costruttore della villa.

Una dimora campestre

Erede di sostanze ancora cospicue, Giuseppe Maurizio fece erigere villa Moglia come dimora campestre, in linea con le abitudini delle famiglie nobili del tempo di disporre di “vigne” da abitare nei periodi estivi. Accanto alla dimora signorile si ergevano spesso in questi casi fabbricati rustici per i contadini incaricati di coltivare la vite e altri prodotti agricoli e di curare gli edifici nei lunghi mesi di assenza dei proprietari.

A differenza dei casali nobiliari dell’epoca, a carattere prevalentemente agricolo, Villa Moglia conservò invece la sua vocazione industriale. La filanda che già occupava i terreni non venne smantellata, né sradicati i gelsi – che davano nutrimento base ai bachi da seta. La manodopera proveniva dalle cascine dei dintorni. La villa si inserì nel contesto dell’opificio, semplicemente abbellendolo con un cortile d’onore.

Quanto all’autore della ristrutturazione della villa, dovrebbe essere l’architetto regio torinese Nicolis di Robilant, nominato nel 1770 capo del Consiglio degli Edili. O in alternativa l’architetto Luigi Barberis, anche lui peraltro valente architetto di Corte che lavorò alla costruzione di Palazzo Reale e del Teatro Regio.

Gentiluomo, amante del lusso, ma anche delle buone letture e della pace campestre, Giuseppe Maurizio seppe distinguersi in campo civile. Fu amministratore dell’ospedale Maggiore di Chieri, Riformatore dell’Università di Torino, Direttore del Regio Educandato della Provvidenza, Decurione della Città di Torino, con palco di fianco al Ministro degli Esteri al Teatro Regio.

Ebbe due mogli. La prima, Maria Vittoria Eufrasia Provana di Pralungo, sposata nel 1750, morì 22 anni dopo. Il secondo matrimonio, nel 1782, fu con Paola Giacinta Gianazzo di Pamparato, vedova del conte Giovanni Francesco Giuseppe di Bagnolo, deceduta a villa Moglia nel 1802. Nessuna delle due consorti gli diede però discendenti. Il ramo dei Turinetti di Pertengo si estinse alla sua morte, nel 1798. Per villa Moglia fu il declino.

Il declino e la spogliazione

A fine 800 villa Moglia entrò nelle proprietà di un patrizio genovese, il conte Federici, che però nel 1924 la cedette a un faccendiere. Fu lui a venderne tutti i preziosi arredi. Ridotta a guscio vuoto, la grande casa fu dapprima rilevata dai Salesiani, che ne fecero un noviziato per missionari. Passò poi al Comune di Torino. Ora è in stato di totale abbandono.